Sizwe Banzi est mort

Sizwe Banzi est mort

Sizwe Banzi est mort

20:03 – lunedì 28 maggio 2007

Sizwe Banzi est mort

Ancora un incontro con l’Africa: Peter Brook non si stanca di «giocare» con il teatro africano. E nel nuovo allestimento in tournée italiana e internazionale, Sizwe Banzi est mort, il maestro anglo-parigino riprende la scrittura dell’amato Athol Fugard, inquieto intellettuale e scrittore del Sudafrica dell’Apartheid.

Lo spettacolo chiude una virtuale trilogia «africana» del regista, il quale, giunto alla soglia di una bellissima vecchiaia, torna ai misteri di quel continente che ha segnato la sua arte sin dall’origine dell’esperienza parigina delle Bouffes du Nord.

Sizwe Banzi, infatti, arriva a mettere il sigillo a un viaggio inauguratosi con Le Costume di Can Themba e proseguito con Tierno Bokar di Amadou Hampté Ba. Il confronto con il misticismo, l’animismo e l’islamismo africano; l’analisi delle contraddizioni della società nera; il razzismo e l’Apartheid; i valori e i saperi della tradizione; le tensioni non solo religiose tra bianchi e neri sono dunque i temi di questi lavori.

E Brook, con la complicità nella drammaturgia della fidata Marie Hélène Estienne, affronta questo magmatico e ribollente reale alla sua maniera, ovvero quasi «slittando», spingendo a una (apparente) leggerezza che ne fa risaltare, ancora più, tutti i nodi.

Se in Tierno Bokar il nocciolo della questione era il fanatismo religioso, e in Le Costume era il rapporto tra esseri umani in contesti violenti, con questo ultimo capitolo Brook e Estienne si soffermano su uno degli argomenti più vivaci ed inquietanti del presente: quello dell’identità, del riconoscimento del sé.

La storia racconta di un povero diavolo che, pur di sopravvivere tra permessi di soggiorno e lavoro che non c’è, complice un amico più scaltro, ruba i documenti a un cadavere e assume un’altra personalità. La vicenda si snoda come in un gioco di scatole cinesi, di magici flashback: si apre con il narratore-protagonista, che racconta di sé, della sua squallida vita di operaio alla Ford, e della sua decisione di aprire uno studio fotografico. Giusto il tempo di abituarsi alla frenetica vita del fotografo, ed ecco arrivare «l’altro», Robert, che vuole farsi fare delle gustose foto da inviare alla moglie. Poi, l’uomo svela il suo vero nome, Sizwe Banzi, e inizia il suo racconto: parla di sé e di come avesse assunto l’identità di Robert…

L’invenzione continua, resa possibile dal delicato gioco scenico affidato agli ormai abituali stand per abiti – che diventano porte, mura, casa e molto ancora – e a pochi altri elementi scenici, su musichette improbabili e accattivanti, si libra raffinata e commovente. La storia, infatti, è dolorosamente toccante e, al tempo stesso, umanamente struggente: nelle piccole vite dei due uomini, travolti dall’assurda macchina fascista dell’Apartheid, non ci sono speranze, né possibilità di salvezza. L’unica chanche è sopravvivere, lottando per mantenere integra la propria dignità.

E sono i due straordinari attori a dare corpo e voce a questa piccola impresa. Habib Dembelé è letteralmente fantastico nel camaleontismo interpretativo: ha ritmo straordinario, sapienze da attore consumato, energie da vendere, e con pochi gesti connota, caratterizza, tratteggia i mille volti dei tanti personaggi che deve interpretare o raccontare. Accanto a lui, il gigante buono Pitcho Womba Konga dà al suo Robert-Sizwe il volto ingenuo di un uomo sopraffatto dall’amarezza, dal dover fare i conti con una società e un mondo ingiusto. Possente e candido, quest’attore sa dare al suo viso il sorriso innocente di chi non può far altro che arrendersi di fronte alla violenza dell’uomo.

Sizwe Banzi, dunque, nella confettura apparentemente minimale, nella vivace e colorata ironia, maschera dietro il sorriso il dolore, dietro il clima di commedia fa ardere le braci di una eterna e agghiacciante tragedia: non c’è un briciolo di retorica, né di furberia in questo spettacolo. Tutto è calibrato con eleganza, tutto scivola con facilità e semplicità, eppure quanto mondo, quanta vita, quanta verità in ogni istante.

Così, con questo piccolo apologo, questa «storiella» raccontata con fresca ironia – ribaltando completamente il clima neo-realista e tragico voluto da Fugard – Peter Brook riesce a far stridere, ancora di più, le contraddizioni del nostro tempo: negli scontri delle banlieues parigine, nel razzismo conclamato della nostra Italia, nella costante sopraffazione dell’uomo sull’uomo, si potrebbe tentare, almeno per un istante, di ricordare la storia di Sizwe Banzi e della sua immaginaria e amarissima morte.

(16 novembre 2006)