L’eresia Linguistica Della Fondazione Chanoux

Un imponente sondaggio (7.500 persone intervistate) sulla situazione linguistica in Valle d’Aosta conferma analisi e valutazioni in passato sempre tacciate di deviazionismo eretico.

Un documento da conoscere ed analizzare.

Il sondaggio

Il sondaggio sulla situazione linguistica in Valle d‘Aosta è stato condotto nel settembre 2001. Il sondaggio rientrava in una vasta ricerca linguistica europea ed il questionario era stato predisposto dai ricercatori del Centro di Studi Linguistici per l’Europa di Milano e dall’Università di Trento. La Fondazione Chanoux, con il supporto del Dipartimento di Statistica dell’Università di Torino per il campionamento, ha distribuito 7.500 questionari in tutti i Comuni della Valle d’Aosta e ne ha successivamente ritirati 7.250 debitamente compilati.

Il questionario era costituito da una centinaio di domande. Si tratta, a mia conoscenza, della più vasta ed approfondita indagine sulla situazione linguistica mai realizzata in Valle d’Aosta.

I risultati

I risultati dell’indagine confermano quello che i ricercatori o semplicemente gli osservatori attenti (e non irreggimentati) dell’evoluzione linguistica della Valle d’Aosta, conoscevano da oltre vent’anni.

L’italiano ha ormai un solido primato in Valle d’Aosta non solo come lingua dell’ufficialità, ma anche come lingua familiare e di uso quotidiano; la seconda lingua di maggiore diffusione ed uso in Valle è il francoprovenzale (patois); la terza è il piemontese; la quarta è il francese.

Dal sondaggio della Fondazione Chanoux subisce un ulteriore colpo il mito del francese come langue maternelle dei valdostani alimentato da gran parte dell’intellighencia valdostana per circa un secolo.

Il fatto eclatante è che tale ulteriore colpo ad un mito distorto (e fonte di una politica linguistica notevolmente carente) non è questa volta, come avvenuto in passato, inferto dai professori di glottologia di Torino, da qualche spernacchiato esponente della nuova sinistra valdostana o da un paio di originali arpitani. No, questa volta il colpo viene da una santuario della francofonia come è la Fondazione Chanoux che ha avuto il merito di mantenere il sondaggio su un piano rigorosamente scientifico. Ed i risultati sono chiari ed estremamente eloquenti.

Il Convegno e la pubblicazione

Non esiste una pubblicazione che raccolga il testo del questionario e l’analisi delle risposte. La documentazione si può consultare solo affidandosi ad un computer ed andando sul sito della Fondazione (www.fondchanoux.org) o recuperando presso la Fondazione il CD che è stato realizzato.

Alla carenza di una pubblicazione sull’importante sondaggio supplisce solo in minima parte una recente pubblicazione “Une Vallée d’Aoste bilingue dans une Europe plurilingue” che raccoglie alcuni interventi svolti nel Congresso di commento ai risultati della ricerca svoltosi ad Aosta dal 21 al 23 novembre 2002. In minima parte perché la pubblicazione non contiene né il testo del Questionario né le Tabelle riassuntive, ma contiene solo commenti (spesso autorevoli ed interessanti) ad alcuni aspetti dell’indagine

Molto discutibile è l’Introduzione di tale pubblicazione. Nelle tre pagine curate dalla Fondazione ricompare infatti una ricostruzione storica delle vicende linguistiche molto tradizionale, con affermazioni anche palesemente erronee. Peccato, perché il resto del testo è invece generalmente ad un buon livello.

La situation est dramatique ?

La situazione linguistica in Valle d’Aosta è veramente “drammatica” come sostiene la Fondazione Chanoux? A mio avviso non è così, si tratta di una realtà plurilingue complessa, con punti di criticità, ma anche con molti elementi di equilibrio.

Certamente chi ha sostenuto la tesi che il francese era stato per molti secoli la lingua materna dei valdostani e che, per questo motivo, doveva riconquistare il primato in Valle d’Aosta sia nell’ufficialità sia nell’ambito familiare, ha motivo per preoccuparsi per i risultati del sondaggio. Ma è una preoccupazione che deriva da una analisi che era del tutto sbagliata. Perché il francese non è, non è mai stato, la langue maternelle dei valdostani.

In realtà chi guarda seriamente e serenamente la situazione si accorgerà che il problema principale per la salvaguardia e la valorizzazione del tradizionale patrimonio linguistico valdostano non è costituito affatto dallo scarso uso del francese che emerge dal sondaggio. Il francese in Vda non corre affatto il rischio di estinzione. L’80,8% degli intervistati dal sondaggio dichiara di conoscere il francese bene (40,3%) o abbastanza bene ( un ulteriore 40,5%). Ed il 62,2% degli intervistati dice che è interessato a migliorare ancora la sua conoscenza del francese. Il francese è oggi, grazie all’istruzione scolastica, conosciuto dai valdostani più di quanto non lo sia mai stato in passato, anche quando era lingua ufficiale del Ducato di Aosta, ma la stragrande maggioranza dei valdostani conosceva ed usava solo il patois. E ancora il francese è una delle due lingue ufficiali della Valle d’Aosta, è una lingua di grande prestigio internazionale ed è la lingua indispensabile per comunicare con due grandi Stati europei che confinano con la Valle d’Aosta ( la Francia e la Svizzera). A mio avviso il francese ha quindi oggi una posizione strutturalmente forte in Valle d’Aosta ed è bene che tale posizioni si consolidi, ma non vedo motivi e cause per una inversione di tendenza.

La lingua che è invece veramente minacciata è il francoprovenzale. La tradizionale lingua del mondo contadino ha mantenuto nel corso dell’ultimo secolo una grande, e per certi versi sorprendente vitalità, ma, ed il sondaggio ben lo evidenzia è un patrimonio linguistico che rischia di scomparire nell’arco di poche generazioni. Il patois è la “lingua del cuore” del 30% degli intervistati, e oltre a chi già lo conosce bene c’è un altro 43% che vorrebbe conoscerlo meglio. Eppure il 45,6% lamenta che a scuola valdostana non fa nulla per far conoscere il francoprovenzale ed un altro 34,6% dice che la scuola fa troppo poco. In sostanza circa l’80% vorrebbe l’insegnamento nelle scuole del francoprovenzale.

Sono dati che mi fanno venire amaramente alla mente la bocciatura sonora che ebbe la mia Proposta di legge regionale presentata pochi mesi dopo il mio primo ingresso in Consiglio regionale. Era una Pdl per creare in Valle d’Aosta un Centro di promozione del francoprovenzale. Mario Andrione, allora Presidente della Giunta, venne in Consiglio con un enorme librone da cui lesse un brano in cui illustri studiosi dimostravano che il francoprovenzale era solo una derivazione del francese e che quindi era inopportuno enfatizzare il ruolo del patois. José Harrieta furibondo per quello che aveva sentito, e per la bocciatura unionista della Pdl, si mise a pisciare davanti al portone di ingresso del Palazzo regionale. E così fra libroni ed urine finì il mio tentativo di fare qualcosa di importante per il patois valdostano.

Oggi leggo sulla pubblicazione della Fondazione Chanoux che gli studiosi sono concordi nell’affermare la grande importanza del francoprovenzale e che si è perso del tempo prezioso. Il prof. Miquell Strubell nelle sue conclusioni ribalta addirittura le impostazioni del passato affermando che “c’est la vitalité du francoprovençal qui pourra sauver le français dans la Vallée: pas l’inverse”. Che dire?!?!

Ci sarebbero ancora tante considerazioni da fare. Sul ruolo della lingua italiana, che è oggi la “lingua del cuore del 60% degli intervistati. Sulla crescente importanza dell’inglese (ben il 58,8% degli intervistati del sondaggio ne auspica un maggiore insegnamento scolastico). Ma il mio spazio per ora finisce qui.

Ne riparleremo.