Focus on: Sempre a proposito di Nekrosius

Focus on: Sempre a proposito di Nekrosius

Sempre a proposito di Nekrosius

di renato palazzi

Milano – Ha ragione Andrea Porcheddu a chiedersi se per caso non ci sia un problema nell’attuale fase di sviluppo del lavoro di Nekrosius. Personalmente avevo attribuito certi evidenti scompensi del Gabbiano all’acerbità dei giovani interpreti e alla loro scarsa dimestichezza coi metodi del regista. Ma un’analoga sensazione, diciamo di disagio, l’avevo avvertita al debutto dell’ Otello , quando – dopo la presentazione di un bellissimo, esauriente «studio» che aveva per altro la complessità e la durata di uno spettacolo completo – alla «prima» ufficiale ne veniva riproposta una versione praticamente identica, soltanto meno intensa e leggermente più prolissa, stranamente alleggerita o del tutto privata di alcuni particolari a mio avviso fondamentali.

Il meccanismo stesso di proporre questi «studi» seguiti dopo qualche mese dalla messa a punto di produzioni più o meno definitivamente «ufficiali» si presenta – diciamolo francamente – un po’ sospetto, e sembra rispondere non tanto a un criterio di work in progress quanto a un’accorta strategia di consumo, d’altronde avallata o incoraggiata dai teatri che se ne accollano l’ospitalità. A un certo punto, fra il generale sgomento, arrivò un invito da Mantova per la «prima mondiale all’aperto» di un allestimento già ampiamente visto e recensito – ma soltanto al chiuso – come quello del Makbetas . Questo poteva essere un exploit da ufficio stampa, ma sembra difficile che sia stato ordito all’insaputa del regista.

Sarebbe però ingeneroso attribuire questi piccoli incidenti di percorso a una caduta di tensione o a una debolezza «occidentale» del solo Nekrosius. A parte il fatto che la Lituania, con tutta la sua lontananza, con tutta la sua estraneità non rientra nella casistica dei Paesi dell’Est, perché è di cultura baltica, teutonica, ho l’impressione che altri grandi registi come Vasil’ev, come forse lo stesso Dodin, sottratti al loro contesto abbiano accusato difficoltà e sbandamenti. E sarebbe anche errato supporre un qualche effetto corruttore della scena italiana, che pure è un panorama volgaruccio, furbastro, profittatore, ma quanto a tentativi di inglobare artisti di fama internazionale non è certo peggio della Francia, dove vige una perenne «campagna acquisti» e se li contendono anche a colpi di Legion d’Onore.

La questione, a mio avviso, prescinde dagli intenti individuali, e quindi non si presta a valutazioni in qualche modo moralistiche. Ho l’impressione che in simili casi sia determinante – specialmente rispetto a figure maturate in situazioni particolarmente appartate, e magari in un clima semi-clandestino, o comunque di difficile rapporto con l’autorità e le istituzioni – il dover fare i conti con esigenze produttive diverse, con tempi di prova di norma più serrati e costrittivi, e rapporti con gli attori magari meno stretti e viscerali. Infatti le contraddizioni come queste investono i talenti più atipici ed estrosi, non certo i grandi mestieranti in grado di adattarsi senza sforzo a qualunque situazione.

Due soli sommi artisti sono riusciti, sia pure in modi opposti, a sottrarsi al peso dei condizionamenti: Grotowski, che ha rinunciato a realizzare spettacoli dandosi alla ricerca pura sulle origini dell’energia espressiva, e Kantor, che ha accettato le leggi del mercato senza farsene schiacciare e senza abbandonare il rigore avanguardistico: egli ha realizzato le ultime opere fuori dalla Polonia imponendo fermamente i propri ritmi e i propri processi creativi, non ha negato ai suoi compagni di lavoro l’occasione di inattesi guadagni rintuzzandone però severamente i rischi di imborghesimento, ha accolto attori stranieri senza snaturare lo spirito del gruppo, mantenuto anzi prodigiosamente intatto sia nelle traversie che nella consacrazione. (29 novembre 2001)