Focus on: Riflettendo su Boris Eifman

Focus on: Riflettendo su Boris Eifman

di silvia poletti

È sempre più rara, nel mondo del balletto classico di oggi, l’apparizione di un nuovo talento creativo. Dopo i gloriosi settantenni (Bejart, Grigorovich, e Petit); dopo gli stupendi cinquantenni (Neumeier, Ek, Kylian, Forsythe), il panorama internazionale sembrava sfocarsi in un malinconico tramonto del genere. Invece da qualche anno, in maniera sempre più eclatante, un nome nuovo si sta imponendo all’attenzione e all’entusiasmo di critici e pubblici di tutto il mondo: il russo Boris Eifman.

In verità il lavoro di quest’artista ormai di mezza età (ha compiuto i cinquantacinque anni) è cominciato già negli anni Settanta, nell’allora Leningrado, quando il danzatore e coreografo fondò il Teatro del Balletto Contemporaneo, dove mise mano a una radicale revisione del genere narrativo del balletto, tentando di apportare nuove letture e nuovi contenuti al dramaten ballett che in regime sovietico significava soprattutto propaganda a passo di danza. Soltanto dopo la perestrojka però Eifman e la sua compagnia hanno visto riconosciuto il loro lavoro sia nel Paese d’origine, che sulla scena internazionale, a tal punto che ormai non c’è stagione che Eifman non sia programmato a New York o nelle maggiori capitali della danza.

Anche l’Italia sembra essere stata colpita dall’incantamento. A Bolzano la sua Giselle Rossa, ispirata alla triste vicenda della ballerina sovietica Olga Spessitzeva, superlativa Giselle, che finì folle i suoi giorni, ha mandato in visibilio la critica (che gli ha conferito poi il premio Danza&Danza;); stessa accoglienza ha ricevuto or ora l’ Amleto russo ispirato alla storia del figlio di Caterina la Grande.

E allo stesso modo sono acclamati ovunque con ovazioni da stadio i due lavori che, uniti nella stessa serata, propongono l’aspetto più astratto ed espressivo del coreografo, My Jerusalem e Requiem. Sfortunatamente proprio questi lavori, visti nella loro tappa del Florence Dance Festival, hanno invece messo in evidenza così clamorosi limiti poetici, teatrali e stilistici (per non dire estetici) di Eifman da renderci francamente perplessi sulla sua reale originalità d’autore.

Sia My Jerusalem, sia Requiem (sull’omonima partitura mozartiana) partono da una riflessione sul bisogno di spiritualità nella vita d’oggi: là sono giovani senza meta a cercare un appiglio nella fede, qualunque essa sia; qui c’è una meditazione sul senso della vita e della morte. Temi legittimi e dagli infiniti risvolti. Purtroppo per lo svolgimento Eifman sceglie i mezzi teatrali più banali e retorici a sua disposizione. Come rappresentare la gioventù senza mèta e senza anima? Con un gruppo di ragazzi smidollati, che fumano sigarette e mimano iniezioni di eroina e crisi d’astinenza. Come rappresentare la fatica esistenziale? Con dei figuri incappucciati che attraversano lentamente l’oscurità trascinandosi dietro un pesante fardello (e meno male che si sono risparmiati il «ricordati che devi morire!» di medievale memoria). Non solo. Il fatto più grave è infatti che la coreografia, spettacolare nelle costruzioni di gruppi, nei girotondi frenetici, nelle file all’unisono che si incrociano e si scambiano con prevedibile meticolosità, nelle sculture viventi di braccia e di gambe che ricordano tanto i tempi belli di Bejart (anni Sessanta o giù di lì), è totalmente priva di una sua vera ragion d’essere. Chi, come Eifman, si dichiara interessato a una danza drammatica, che esprima emozioni e lanci messaggi, non può infatti prescindere dal ricercare nel proprio linguaggio quelle sfumature, quei meccanismi che sappiano condensare il significato di una frase, enucleare un’emozione. La verbosa magniloquenza delle sue costruzioni coreografiche, dove lo stile del balletto eroico sovietico fa spesso e volentieri capolino nei salti degli uomini, nel lirismo risoluto delle ballerine, è invece una cortina fumosa oltre la quale c’è, ohimé, il nulla.

Diventa allora inaccettabile che l’abissale profondità espressiva e poetica della Messa da Requiem mozartiana, così tragica nella sua meditazione sulla morte, venga totalmente ignorata e piuttosto sia sfruttata semplicemente per le sue poderose ondate melodiche, ottimo tappeto sonoro alle evoluzioni esteriori e superficiali dei ballerini russi; così come è insostenibile affrontare un tema affascinante e terribile come l’ardua coesistenza di tre credi nella città più piagata del mondo e poi limitarsi ad affiancare musiche etniche di quella provenienza per numeri di vacuo virtuosismo ballettistico.

A distanza di molti anni ormai dall’apertura delle frontiere culturali, certe ingenuità di svolgimento e di idioma insomma non possono far altro che suscitare dubbi sulla qualità di questo epigono di Bejart. E ancora di più sul pubblico italiano del balletto, che, vista l’accoglienza riservata a Eifman e ai suoi ballerini, sembra aver vissuto con il paraocchi per trent’anni. (22 luglio 2003)

Nella foto, Boris Eifman